Amare il lavoro

Cos’è davvero un lavoro?

Molto più di quel che appare.

È parte delle nostre vite.

È un modo che abbiamo per esprimerci.

È l’insieme delle nostre capacità che scegliamo di condividere.

È il mondo che creiamo intorno a noi.

È un insieme di attività che occupa il nostro tempo.

Crea preoccupazioni, idee, possibilità, gioie, pensieri.

Ci permette di conoscere meglio noi stessi, il prossimo, la nostra società, la vita.

Il significato della parola “lavoro” deriva dal latino “labor”= fatica, la fatica che emerge con un impiego di energie volte ad uno scopo particolare.

Nella nostra società il termine lavoro è associato inevitabilmente ad un’occupazione remunerata con un salario.

Come se la nostra fatica abbia solo lo scopo di poterci far guadagnare uno stipendio.

Pur comprendendo senza dubbio l’esigenza di un compenso economico che ci permetta di vivere e soddisfare i nostri bisogni, credo che sia interessante riflettere proprio sul concetto di fatica.

La fatica è uno sforzo fisico e intellettuale prolungato che può provocare stanchezza.

Chi lavora comprende molto bene questa definizione.

Solo un intenso lavoro ci permette di godere di un meritato riposo.

Considerando le ore e le energie che dedichiamo al nostro lavoro, siamo consapevolmente devoti allo sforzo, al sacrificio, alla fatica.

Scegliamo di stancarci quotidianamente, di dedicare gran parte del nostro tempo al lavoro.

Certo lo scegliamo per il ricompenso: lo stipendio.

Quindi per avere la possibilità di comprare beni di prima necessità e soddisfare qualche vizio, improntiamo la nostra vita, la nostra giornata sul lavoro.

Funziona così, ha sempre funzionato così.

In più nell’ultimo periodo avere un impiego è una conquista. Si ricerca più che mai un lavoro, degno di essere considerato tale, perché senza stipendio, si può rimanere anche senza dignità.

Così la famosa fatica diventa ancora più preziosa.

Si è disposti ad alzare i propri limiti, a sforzarsi di più, pur di ottenere un lavoro e chi ce l’ha?

Se lo tenga bene stretto, e … già!

È una fortuna aver la possibilità di faticare ed essere pagati, poi che la relazione tra la fatica e lo stipendio non sia del tutto corretta, che non si riescano a risparmiare energie per vivere altro, che sia difficile accettare ogni condizione, è un altro discorso, certo.

Vi è in quella fortuna una sorta di martirio, meglio che niente, pazienza e mentre ci sforziamo nelle nostre giornate tutte uguali, il tempo passa, la nostra vita vola.

Ma a fine mese ecco lo stipendio, per chi ha ancora più fortuna, anche regolare.

Quindi si possono spendere i soldi per soddisfare i propri bisogni, pagare cose che spesso useremo poco, godere del nostro riposo, riprendere energie, curarci.

Un vortice che ci risucchia e che occupa gran parte della nostra vita, incastrandoci in doveri e responsabilità.

Ma è così, è la vita, come si può non lavorare?

Dobbiamo lavorare.

La nostra società è fondata sul lavoro.

Quando riesco a distaccarmi da questo vortice e a osservarlo da fuori, rifletto.

Rifletto sull’ingegno umano che si è creato le sue regole, i suoi doveri, li ha tramandati nel tempo, facendoli diventare verità assolute.

L’idea del denaro, delle prestazioni retribuite, oltre il baratto, è frutto di scelte umane.

Scelte che ci hanno imprigionato, o meglio ci siamo scelti le nostre gabbie da soli.

Come il sole che nasce, come il profumo di un fiore delicato, non vi è nulla in natura legato davvero al denaro.

Ma ovviamente legato ad un’organizzazione si, esistono diverse professioni che permettono di vivere tutti insieme con dei compiti precisi.

Ognuno, in base alle proprie capacità e competenze contribuisce al funzionamento della società: meraviglioso.

Ma purtroppo non è così semplice.

Il consumismo senza regole e la globalizzazione invadente sono inevitabili ora, un susseguirsi inarrestabile di conseguenze.

Qualcuno in tutto questo ci guadagna, eccome.

Un incastro perfetto di diritti e doveri che regola la vita di ognuno.

E il come si viva poi questa vita poco importa, se la maggior parte delle persone non trae soddisfazione dal proprio lavoro, se lavora solo per dovere e non prova piacere, poco importa se quell’attività occupa tutta la sua vita, in fondo non ha altra scelta.

In quella scelta si ritrova il dolce divario tra la quantità e la qualità, meglio poco ma bene, o tanto per poi?

Nel mentre il lavoro a volte arriva addirittura a bruciare la vita, a distruggere sogni, infrangere le nostre possibilità,ad azzerare le speranze.

Oggigiorno il lavoro è dovere.

Tutte le ore che passiamo a lavoro, fanno parte della nostra vita.

La liberalizzazione degli orari ha dato libero potere al dio denaro, per lui ogni cosa svanisce, anche l’importanza dello stare in famiglia.

I valori di una volta sfumano per dar spazio a centri commerciali.

Tutto apparentemente utile, tutto abbastanza interessante se genera altri posti di lavoro, ma i limiti?

Chi si prende l’interesse di bloccare il volere del dio denaro per rimettere l’equilibrio nella vita delle persone?

Per ridurre le quantità a ognuno, per creare davvero più posti?

Per ascoltare i bisogni delle persone e conciliarli con i bisogni aziendali?

Molto spesso il lavoro c’è ma mancano le teste, non si osa, si tira sempre più.

Eppure credo che basterebbe davvero poco.

Il lavoro è un mezzo per realizzare la propria persona.

Sono infinite le possibilità di soddisfare i bisogni di un’azienda e delle persone che ci lavorano, questo genera motivazione, automaticamente produttività, di conseguenza risultato.

Il lavoro deve davvero dare valore aggiunto alle persone, deve contribuire alla crescita, alla formazione, alla professionalità.

Invece oggigiorno è diventato una conquista da tenere con gran fatica, che oltre a dare una retribuzione, toglie molto.

Credo che pagheremo le conseguenze di quest’evoluzione che in maniera subdola sta trasformando la nostra società.

Gli effetti li vivremo nelle relazioni umane, o farse già li stiamo conoscendo.

Incastri perfetti per conciliare vita privata e professionale che molto spesso non appagano.

Famiglie i cui componenti si vedono sempre meno.

Amici che si frequentano solo sui social.

Come mai?

Per soddisfare il consumismo dell’uomo, l’uomo stesso ne è artefice e carnefice.

Ma ognuno di noi, anche in questi casi, può sempre scegliere.

Pur che sia io la prima a spronare verso questa libertà, comprendo che non è semplice anzi è molto complesso ma possibile.

Un altro aspetto che mi fa riflettere quando penso al mondo del lavoro è il ruolo della donna in esso.

Faccio difficoltà a concepire come sia possibile che la donna, essere pensante come l’uomo, abbia avuto solo nei tempi più recenti l’opportunità di lavorare.

E concedendole questa grazia, ancora oggi non detiene tutti i diritti degli uomini, ma perché?

Rabbrividisco quando sento di donne con una splendida carriera che devono lottare ogni giorno più degli uomini per affermare le proprie competenze, per aver riconosciuto lo stesso stipendio, ma com’è possibile?

In una società dove s’inventano macchine che si guidano da sole, dove si sperimentano viaggi turistici nello spazio, stiamo ancora parlando di sessismo?

Ma quegli uomini che decidono, che si sentono più forti delle donne, che coltivano senza indignazione il loro maschilismo conoscono davvero la meritocrazia?

Conoscono la straordinaria forza e fragilità che caratterizza ogni donna meravigliosa?

Cosa ne sanno loro dei sacrifici delle mamme lavoratrici, dalle quali ci si aspetta tutto: moglie devote, casalinghe attente, mamme amorevoli, professioniste intelligenti.

Donne straordinarie che con consapevolezza si scrollano di dosso sensi di colpa per concentrare tutte le energie per mantenere l’equilibrio.

Hanno infinite cose da ricordare, fare, preparare e ci riescono.

La caparbietà è donna, non potrebbe essere altrimenti in fondo.

Io ho la fortuna di fare un lavoro che amo e che riesce a soddisfare tanti aspetti della mia persona.

Ma per amare sempre e comunque il mio lavoro nonostante a volte le difficoltà che inevitabilmente sopraggiungono, ho cercato di praticare sempre il “job crafting”.

Cioè ho sempre provato e provo tuttora a motivarmi in autonomia, a utilizzare il mio lavoro, la mia professione, il mio ruolo, per imparare e migliorarmi.

Io sfrutto la mia azienda per crescere, per unire i miei bisogni con i bisogni aziendali, per arricchire la mia persona e l’azienda contemporaneamente.

Individuo cosa serve a entrambi e creo.

Questo non mi permette certo di ridurre la fatica, essenziale per raggiungere uno scopo, ma mi permette di farlo con piacere.

Considerando che passiamo la maggior parte della nostra vita a lavoro, considerando che ogni aspetto della nostra vita viene influenzato dal nostro lavoro, dobbiamo in qualche modo trarre più benefici possibili dalle nostre attività.

Il come lo scegliamo noi.

Siamo una società dove il lavoro è essenziale per vivere, ok, scegliamo allora davvero noi come vivere le nostre giornate a lavoro.

Ampliamo le nostre vedute, andiamo oltre i nostri limiti, superiamo le nostre paure, usciamo dalla nostra area di comfort.

Scegliamoci le sfide quotidiane per migliorarci.

Sfruttiamo il nostro lavoro, il nostro ruolo, qualsiasi esso sia.

Cogliamo l’opportunità di esprimere le nostre passioni.

Rendiamoci utili, concreti, efficaci.

Usiamo il nostro lavoro per soddisfare i nostri bisogni.

In qualsiasi professione esprimiamo noi.

Sviluppiamo le nostre capacità relazionali, di problem solving, cresciamo.

Legare il proprio lavoro con le proprie passioni è la vera magia.

Sperimentiamo nuovi metodi, nuove strategie che possano migliorare il nostro benessere.

Non pensiamo però che il lavoro sia tutto.

Mettiamo sempre noi al centro di ogni cosa.

Il lavoro più importante della nostra vita, inizia in noi stessi.

Il nostro lavoro fa parte della nostra vita, ma non è la nostra vita.

In ogni professione ricordiamoci sempre che noi non siamo mai un dato, un numero, un risultato, abbiamo solo contribuito a esso, ma non siamo nulla di diverso da noi stessi.

Non identifichiamoci in qualcosa che vive al di fuori di noi, nel bene e nel male, ci offusca dalla realtà e dalla concezione che abbiamo di noi.

Ciò che serve davvero per la nostra crescita è ciò che diventiamo quando raggiungiamo un successo o un fallimento, ciò che impariamo.

Non nascondiamoci dentro a dei ruoli, a delle etichette, noi siamo molto di più.

Non è importante solo cosa facciamo, ma come lo facciamo, è lì che possiamo davvero fare la differenza nell’ambito lavorativo, ma questa consapevolezza nasce dentro di noi.

Non permettiamo alla nostra tranquillità e benessere di essere in balia degli avvenimenti lavorativi.

Assumiamoci sempre le nostre responsabilità e rimaniamo fedeli a noi stessi.

Coltiviamo la nostra autostima, la nostra sicurezza, la nostra professionalità attraverso le nostre competenze e capacità.

Concentriamo le nostre energie su di noi e certamente la nostra azienda ne trarrà profitto.

I vincenti e i perdenti sono coloro che scelgono di vincere o di perdere il gioco della vita, più che una promozione lavorativa.

Vi è un ingrediente segreto che è in grado di alleggerire ogni fatica, che dona un senso a ogni sacrificio: la passione.

Lavoriamo con passione, mettendoci tutto il nostro cuore.

Non per arricchire qualcuno, non per sentirci dire che siamo bravi, ma per migliorare il nostro benessere, per rispettare i nostri valori, per vivere meglio.

Il segreto è trasformare il lavoro in piacere.

Sorridiamo, smorziamo le incomprensioni, accettiamo le sfide, collaboriamo, creiamo leadership.

Cerchiamo di scegliere il più possibile il nostro lavoro, sentiamoci liberi di capire come desideriamo lavorare.

Non diveniamo schiavi.

Non soffermiamoci su quello che non vogliamo più, ma su quello che potremmo avere, diventare, creare.

In qualsiasi professione, mettiamoci il cuore.

Lavoriamo con amore.

Il lavoro occupa gran parte della nostra vita, sta a noi scegliere tutte le opportunità per amare il lavoro.

 

Tu come vivi il tuo lavoro?

Lascia un tuo commento, parliamone.

 

3 AZIONI PER AMARE IL LAVORO:

  • Ascoltare il proprio cuore, seguire le proprie passioni, i propri valori.
  • Conciliare i bisogni personali, con quelli aziendali.
  • Metterci passione, lavorare con amore.

 

3 ERRORI DA EVITARE PER AMARE IL LAVORO:

  • Rimanere bloccati solo nei doveri, senza trarre piacere.
  • Fare il minimo indispensabile, non ci fa evolvere e soprattutto non è rispettoso.
  • Credere che ogni cosa sia dovuta, ricordiamoci che ogni risultato è fatica.

 

Buon proseguimento di giornata.

Vivi le emozioni del tuo cuore, ascolta le sue parole d’amore, e che siano urlate, sussurrate, scritte, pensate, bisbigliate, dette o non dette, l’importante che siano

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@kateandnik